I Am the Passenger

IMG_1917Il passeggero della fila 57 parla solo francese e nemmeno troppo fluente, sembra conoscere la lingua ma la usa col passo incerto di uno che l’abbia appresa da poco. Così finiamo per non capirci affatto, lui mulina qualche gesto e io resto sospeso tra il non comprendere e l’intuire, lo guardo per quello che mi sembra, bianco pelato di statura massiccia e sguardo luciferino, una specie di controfigura di John Malkovitch che stimola la mia curiosità e una vaga inquietudine, da dieci minuti il suo gomito destro battaglia col mio sinistro nell’aggiudicarsi millimetri di spazio sul bracciolo del sedile della maledetta fila 57 dove ti mettono se non ti sei già accaparrato i posti migliori col check-in on-line.

Resto comunque sorpreso, l’aereo rulla e decolla e parte la tremenda aria condizionata che benedice l’ultima fila di posti ma io riesco ad addormentarmi lo stesso, cado nel miglior dormiveglia possibile con una coperta tirata addosso e il gomito di Malkovitch che mi frulla il fianco. Durante la notte sogno o formulo congetture, quel poco di John che ho capito è che si sente stretto, attaccato al gomito c’è un corpo che smania ogni tanto emettendo fremiti, mezze locuzioni a fior di labbra, improvvisi risvegli per fermare le hostess di turno che vanno su e giù nell’oscurità. Chiede qualcosa lui, qualsiasi cosa, non sembra nulla di fondamentale ma ogni volta butta una voce, aspetta la risposta, ribatte e ricomincia a dormire o quel che sembra.

Sono riuscito a capire che ha una donna italiana, di Rimini, e che si dispiace moltissimo di non parlare ancora la nostra lingua, e anche che voleva l’aiutassi a cambiare il fuso orario giusto sul suo smartphone e io gli ho espresso tutta la mia desolazione antitecnologica in risposta. Continuo a sonnecchiare attraverso le incredibili turbolenze dei gomiti e dei 10000 metri associati, penso che se uno dovesse tenere fede ai segnali di tensione lanciati da uno strato istintivo del corpo avrebbe il diritto di chiedere al pilota di scendere ora, subito, invece comincio a fantasticare sul mio coinquilino della 57, sul candore e sulla voglia infantile di comunicare che sguscia dalla sua apparenza massiccia di vecchio ergastolano nervoso, perchè è in effetti questo ciò che sembra, qualcuno che torna da un lungo rovescio e prova i modi comunicativi che aveva smarrito o dimenticato.

Riesco facilmente a voler bene a John per questo nonostante il tormento del gomito, così i miei occhi continuano a richiudersi magicamente prefigurandosi la colazione di plastica che tra poco ci metteranno sotto il grugno imbarbarito in prossimità di casa. Alla fine tutti ben vegliati, nutriti e atterrati, ci alziamo dalla trappola dei sedili e ci guardiamo in faccia alla luce ferma del giorno, John mi tende una calda mano di saluto e io ho quasi l’impeto di abbracciarlo, e mentre lui ritira il braccio per afferrare la maniglia delle cappelliere e io mi do dell’inveterato inventore di favole vedo che la sua mano destra, quella collegata al maledetto gomito perforatore, ha due dita mozze, solo due dita mancanti o forse tre, la sorpresa che provo mi confonde per un lungo istante, prima che la mandria dei corpi sfilacciati da undici ore di volo si rimetta in moto lungo il corridoio di casa.

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