Hospitale

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Mentre l’esame del campo visivo procede con me scomodo dentro che cerco di interpretare dove appaiano le lucine fesse del test, la mia dottoressa che aziona la macchina sta incollata al phonino in una lunga conversazione problematica con amica cui fa una di quelle relazioni Facebook da investigatore dei cazzi altrui. Così apprendo che lui ha una decina di account “vuoti”, si chiama Esseresupremo e MohamedAlì, Mariorossi e Pincopallino, e comunque lei sta visitando, non si può trattenere troppo (ripetuto 3 volte a distanza di 5minuti). E così, valutando che lei e me siamo circa coetanei, confermo pure la mia testarda teoria che lo straminchia di giovanilismo liquido sia più contagioso del morbillo.

No che non può essere una cosa seria, chiamare il CUP e ricevere la solita sfilza di mesate di liste d’attesa; c’è gente elettronica che s’è fidanzata e ha fatto un paio di neoroutine gemelle mentre aspettava una Tac nei meandri del database. Poi però l’addetto rialza la voce e ti comunica che non va così male, ci sarebbe posto anche sto pomeriggio in verità, e indovina dove? Ma al Policlinico Casilino naturalmente, a via Casilina 1040, in una di quelle zone dell’urbe che farebbero un figurone a Guatemala City, accanto a dove 30 anni fa un meccanico mi sequestrò la 126 perchè riteneva si dovesse cambiare il motore (!) e mi toccò tornare a trainarla via con un amico energumeno della borgata che me l’aggiustò lui per un’inezia.

E’ una fortuna dopotutto che io usi meditare con la narratologia, perchè il PoliCasilino lo conosco, una corte dei miracoli dove tocca a te essere il lato prodigioso della fiera, restare saldo come un Budda assiso degli sprofondi, barca-menarti nelle procedure pirata del luogo dove la multietnia in attesa si muove nervosa come banchi di scorfani in una vasca d’allevamento. Il catalogo dei problemi comincia nello stanzone d’attesa dove non si sente niente di quello che ti dicono da dietro lo sportello, perchè il vociare sotto è fortissimo e ognuno torna ancora interrogativo con le carte in mano e deve chiedere al vicino di naufragio se è già stato qui e tiene un po’ di expertise labirintica da regalarti.


Nel frattempo l’interfono gracchia come un gabbiano spiumato, al punto che non si capisce nulla dei numeri che vengono chiamati, e l’addetta di lingua tedesca (?!) dell’info-point deve intervenire imponendosi all’etere per dire con tono di Merkel che: i signori clienti sono pregati di abbassare le voci, è un presidio sanitario questo, non un mercato!


Io mi pregusto già il secondo tempo, salire nei corridoi degli esami dove i computer quindicenni si impallano a ogni Invio e i medici giaculano diagnosi provvisorie scrivendo zampe di gallina su ricette appoggiate a mobiletti di formica improvvisati, io sono entrato nel mio meraviglioso mondo del logos da cui sto già scrivendo questo pezzo scomodo incompiuto pensandomi lontano nell’indomani dell’alba che è ora.

Sotto di me Centocelle, ovvero il quartiere adiacente al Casilino 1040, comincia a svegliarsi sentendosi un po’ la svizzera del quadrante sud-est, con tutti i barboni dignitosi che si sciacquano alle fontanelle senza pestarsi i piedi e domandandoti una moneta con un tono di voce e una compostezza che la Merkel del poliambulatorio può solo sognarsi.

Ad Maiora miei bei rifugiati dell’Essessenne.

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