Sul Camion di Dio

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L’agitazione della piazza si esprime come una paradossale moviola tra calore e polvere, nessuno sembra un personaggio tangibile all’incrocio di Makuti. Aspettiamo tutti che qualcosa si metta in moto per riconsegnarci alla realtà: i piccoli venditori d’anacardi con il negozietto chiuso in una mano, qualche improbabile funzionario con camicia a righe scure e cartella sotto braccio, molte donne cariche di ogni genere di pacchi. Più in là, una famiglia che ha tirato su una vera casa d’emergenza con tre cartoni, un pareo stinto e una vecchia trapunta a far da pavimento, e ora si passa una mezza carcassa di avogado dove piccole dita nere ancora raspano con desiderio inevaso.

Un camion ansimante spunta fuori alle quattro del pomeriggio sulla piazza rassegnata. Penso che poteva capitare di peggio, un qualche pulmino da venti posti con gli ammortizzatori sfondati che avrebbe scatenato una guerra senza quartiere tra gli sfibrati pretendenti al passaggio. Mentre finisco il pensiero, ognuno sta già correndo come può incontro al mezzo. Non c’è da star allegri, prima di tutti vengono issati nel cassone i sacchi, le scatole, i fagotti, le valigie, le gabbie delle capre e grandi matasse di fune di ferro. Poi è la volta delle donne, grandi deretani sollevati, spinti, infilati sulle panche di legno che si contendono lo spazio residuo del cassone, parecchie di loro armate di pargoli silenziosi e rassegnati, fasciati nei giri di cotone sulla schiena che vengono rigovernati e stretti in mezzo al resto del caos umano che s’arrampica distribuendosi fin dove alla ragione parrebbe impossibile.

In qualche modo diabolico vengo collocato anch’io, posseggo i miei venti centimetri quadrati di spazio dove poggiare una natica e persino la fessura tra due schiene che mi dà la luce di un fuggevole sguardo esterno verso la strada, ho lottato strenuamente per guadagnarlo, ne avrò bisogno per resistere. Intanto il camion finalmente s’è mosso, cigolando, gli ultimi corpi hanno trovato l’esatto incastro nella stretta complementarietà dei respiri. Il mio fiato è il tuo fiato, come se contraessi io per far rilasciare te, insieme, schiavi dello spazio che non c’è. Makuti s’allontana lentamente come la sponda di un miraggio. La prima fermata avviene trecento metri dopo, si issano altri pacchi, si spingono nuove donne.

Il camion sganascia i freni sulle buche più profonde e nelle continue fermate impreviste. Sono passate le cinque di pomeriggio e la luce del sole comincia a maturare nel cielo come un frutto esausto. Tra poco sarà già buio, la sera di un giorno festivo, nessuno viene lasciato a piedi, la strada è punteggiata di capannelli che attendono, si comincia a popolare anche il tetto di lamiera, i chilometri scorrono come vecchie formiche operaie di una regina senza cuore.

Dopo due ore di questa fitta passione il mio intorpidimento si ribella e va a cercarsi lo spazio gestuale necessario a rifiatare accendendosi una sigaretta. Un signore con i capelli grigi due file dietro si inalbera e mi intima di spegnere. Dice che è proibito fumare sul camion e non credo possa essere una preoccupazione sanitaria, forse un fastidio, la goccia che fa traboccare il suo vaso, visto che è già un bel po’ che polvere e fumo di nafta bruciata ci assediano il respiro. Non mi costa molto spegnerla, fuori il buio è fitto, sporadiche baracchette in strada mandano fiochi segnali di piccoli lumi a petrolio, l’odore pungente si mischia con quello acre del sudore generale, Bissau sembra più volte allontanarsi come una chimera piuttosto che venirci incontro con la consolazione di un fatto reale.

Alla fine, dalla frequenza con cui cominciano a spuntare i posti di blocco dell’esercito, si capisce che non dovrebbe mancare molto. La fortuna che capita è quella di non dover scendere ogni volta. Veniamo comunque fermati, scrutati, blandamente interrogati, il tempo non la smette di molestarci. Alla prima sbarra ufficiale che ci blocca metà degli esausti viaggiatori scendono recuperando i pacchi, le galline, i figli e scompaiono nella notte buia senza una candela che li guidi, nel mistero di come faranno a non cadere secchi in qualcuno dei fossi di cui questi sentieri laterali di sabbia sono costellati. L’altra metà deve passare il controllo documenti facendo lunga fila davanti a un casotto provvisorio a fianco della sbarra. Un’unica sibilante lampada da campeggio illumina il volto di un ufficiale olivastro con i baffetti e i modi alteri che mi guarda e mi tratta con la sbrigatività sufficiente che dedica ai locali, finchè non gli si para di fronte il mio passaporto italiano.

Qualche metro avanti, confuso dalla penombra, mi pare di riconoscere il signore brizzolato che s’era urtato per la sigaretta e aveva continuato a guardarmi con buone dosi di malanimo per il resto del tragitto. Sono talmente stanco e sfibrato che in un attimo un fuoco paranoico mi vince, e io è come se stessi per incappare in uno di quei guai ufficiali da viaggio in zona inaffidabile, uno di quelli paventati nei paesi per cui la Farnesina sconsiglia vivamente la frequentazione turistica. La Guinea portoghese fa la sua bella presenza in lista.

L’ufficiale s’è fatto serio serio e continua a guardarmi, poi a cercar di interpretare il passaporto, poi di nuovo a fissare con attenzione la mia faccia distrutta, che ha deciso di soprassedere emotivamente a qualsiasi esito possa avere quest’ultima roulette della giornata. Mi si trovi una branda qualsiasi, tutto il resto può andarsene pure alla malora del giorno successivo. Non ho intenzione alcuna di reagire a nulla, facciano quel che credono.


La mia giornata è finita quando mancano ancora pochi chilometri di notte per entrare a Bissau. Alle undici di sera, nell’unico fatiscente albergo reperibile del vecchio centro coloniale, mi addormento appena sgusciato in camera, cullato da una discussione interminabile densa di toni aspri che sale dal basso fino al mio letto. La ruvidezza di questo buco di culo del mondo continua a sorprendermi. Mi addormento sopra le domande e sopra il viaggio, su tutto il sollievo che provo con quel po’ di residuo orgoglio, per essere riuscito a resistere a una giornata d’Africa senza sciogliermi nel panico. E anche la Farnesina può rilassarsi, dopotutto, al momento.

 

 

– Diario Africano (estratto)

 

 

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