Black Angelica

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Sono qui e sono giorni di passione, da solo in un villaggio turistico italiano sul mare turchese del Kenia, un’offerta super-scontata che non potevo rifiutare. Nelle ore successive, divise tra meraviglia naturalistica e fobia sociale, l’Aquarius Village e io ci fronteggiamo a brutto muso. Di giorno m’allontano il più possibile, fino a tre baie più in là. Così mentre prendo il sole nei traffici locali della spiaggia vengo adescato da una certa Angelica, massaggiatrice improvvisata. Lei, nerissima e sorridente, mi chiede se mi dia fastidio che si sdrai un po’ a prendere il sole vicino a me. Dice che se non mi va di farmi massaggiare forse posso aiutarla ad esercitare un po’ l’inglese. Poi aumenta i giri del sorriso, si sveste in una mossa e rimane così, semi-sdraiata con i gomiti a squadra, in mutande e canotta bianche della Upim, tristemente consumate. Passano cinque minuti di dialogo stentato, poi una molla mi tira su, le dico che mi aspettano, devo tornare al villaggio. Lei fa gli occhi malinconici, dice che abita lontano, nelle savane centrali, e passa tutta la stagione qui a cercare lavoro, ci si rivede sicuro un altro giorno.
Al mio Village, è possibile confondersi nel presto della colazione, nascondersi nel salto totale dell’abboffata-pranzo. Nel canyon della cena che si serve seduti bisogna scendere per forza, invece. Che tu ti presenti da solo, ovvio, sembra un problema della madonna. Tanto che la prima sera lo staff cerca di accoppiarti al tavolo con un’altra babbiona solitaria, dritta, stopposa, austera come un mocio asburgico. Dopo cinque minuti e un totale di quattro o cinque parole scambiate, compresi i due buonasera d’educazione minima, un trafelato attendente ci era piombato addosso scomponendoci di nuovo, giacchè finalmente giunto pareva chissacchì da chissacazzodove, per cenare con la scopa viennese. Chapeau. Risultato: sono da solo al tavolo nell’angolino, consegnato a una nudità sociale visibile a chilometri di distanza, figuriamoci ai campioni dell’Animazione del Villaggio.
Lui, sguardo fighetto da cazzaro impostato, bandanona sgargiante in fronte, mi saluta con un inchino, sbattendo leggermente i tacchi.
Buonasera Professore! Mi fa, alludendo al libro che leggiucchio tra un granchio e un gamberetto. Scatto in piedi anch’io.
Ciao Sandokàn, bello de casa! Ribatto io fintentusiasta.
(Tutte le sere la stessa storia, per tutta la settimana.)
E si va avanti. Nel dopocena cado in quest’altra malsana abitudine: scivolare di soppiatto nel villaggio di inglesi che staziona un chilometro di buio a valle, verso le undici di sera, per andare a brillarmi di birra ai tavolini in spiaggia. Qui ci vuole una svolta esperienziale, mi dico. Così, tantofaccio, tantopenso, che il quarto giorno cedo all’ambigua corte che mi fa in spiaggia la mia amica massaggiatrice della baia Italy-safe, l’Angelica nera. Salvo pentirmene immediatamente, la penultima sera, quando la vedo avvicinarsi alle sette puntuali della sera alla sbarra d’accesso dell’Aquarius per venire a prendermi all’appuntamento che ci siamo dati.
Guardo com’è vestita e acconciata, la pettinatura che le dev’essere costata un’oretta di lavoro, l’orribile profumo cinese con cui s’è fatta la doccia e mi sento un po’ pirla, il solito italiano edipico che senza fimmina non sa stare, e dunque: cattivo viso a cattivo gioco, sa lei dove andremo a cenare. Fuori dal Villaggio impera un’oscurità fitta, come in tutto il resto dell’Africa vera. Dopo un tempo che mi pare spropositato giungiamo trafelati davanti a un portone figo illuminato di colori fluorescenti. Il tizio nero in doppiopetto che presidia l’entrata mi allunga drasticamente una giacca di tre misure larga. Di buttare un centinaio di dollari per una cena Angelica tirata a lucido e me, in shorts e ciabatte e gessato da Frankenstein, non se ne parla, per quel che mi riguarda. Prendo Angelica per un braccio e la spingo via biascicando diosacosa. Finisce che la porto a cenare Fast dagli inglesi della spiaggia, birra e patatine e cheeseburger, come un vero pezzente italiano.
Lei si che sa fare buon viso a cattivo gioco e la serata bene o male procede. Torniamo verso casa e lei insiste fino a farmi dire Sì: devo assolutamente andare a bere il bicchiere della staffa da lei. Così finiamo in una stamberga di stanzetta striminzita col pavimento di terra battuta, le pareti di lamiera, una specie di pagliericcio buttato al suolo da una parte. Su una sedia sgangherata sta tutto il guardaroba della ragazza, due straccetti di vestiti, un asciugamano sporco, due paia di mutande nuove in bella evidenza. Non capisco subito che intenzioni abbia, il che rende la faccenda ancora più complicata. Angelica s’è messa lì da una parte, con una bottiglia di spirito e due bicchieri sporchi in mano, senza versare, senza far nient’altro che una faccia di tristezza pura, nell’estrema miseria dell’intorno che atterrisce. Adesso, penso, è ora di fare l’adulto. Così comincio a raccontarle una verità “corretta” con tutta la calma e l’empatia che riesco a radunare: che noi due veniamo da mondi troppo distanti, che lei è una ragazza bellissima che ogni uomo vorrebbe, ma io tengo moglie, in Italia, e persino tre (3) bambini, non posso stare con lei. E succede l’impensabile. Lei mi si butta addosso piangendo come una disperata, scossa da giganteschi singhiozzi, e alla fine non chiede altro che conforto di braccia, tono di voce, carezze lente perchè il brutto demonio le passi. Ci vuole un sacco di tempo.
Me ne vado lasciandole cento dollari nelle mani, dopo averla supplicata a lungo perchè li prendesse, perchè nemmeno quelli voleva alla fine. Mi allontano quasi di corsa lasciandomi alle spalle i suoi singhiozzi in calando che ancora oggi mi stringono il cuore, a ripensarli. La mattina che sto lasciando l’Aquarius un’ultima scena fangosa m’accompagna. Il simpatico boy delle camere mi incrocia sul vialetto di ghiaia senza muovere un muscolo del viso, con un’espressione strana che lo sospende tutto. A seguire il mio vicino di bungalow esce rapido dietro il direttore del Village dicendo che gli dispiace, che forse aveva montato un caso per poco o nulla, che vuoi che siano un centinaio d’Euro, dopotutto, è un peccato che il ragazzo perda il lavoro.
A istinto, mi pare impossibile che quel boy possa aver fatto una cosa del genere. Tuttavia non lo so, anche se, in effetti, è davvero così decisivo cosa sia avvenuto realmente? Gli occhi del ragazzo, incrociandomi, parlavano di mondi incompresi e incomprensibili, di culture che si sfiorano appena scambiandosi il peggio della superficie reciproca. Gli occhi del boy delle stanze parlavano d’altro. E anche quelli disperati dell’Angelica nera che ho illuso o che invece, forse, più probabilmente, hanno illuso me.
Game, definitely, over.

2 risposte a “Black Angelica

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