L’Avventura 3.0

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Sono dunque qui sotto loro due, parcheggiati in seconda fila. C’è un imbuto di palazzi alti e stretti intorno, un sonno di finestre che guardano storto, e i discorsi che si fanno son sempre gli stessi, sempre lo stesso dopocena, dopotutto, al venerdì. Ma non va male, non va male affatto, non vi credete. Lui ha una voglia matta di dire ma non parla, ha dei ricordi di sé in altri momenti vuoti, che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro. E non va male, no, ci sono quelli senza lavoro, allora, poveracci.
E continuano a stare parcheggiati in seconda fila anche non ce ne sarebbe alcun bisogno, la strada che scende è piena di infilate tra macchine a pettine dove starebbero più comodi, esclusivi, anche se perderebbero certo quell’insensata visibilità manifesta, tutto il provvisorio che li tiene a distanza nella notte.
Il silenzio li protegge e li svela, se è vero come è vero che non hanno più scambiato una parola da quando hanno attraversato il fiume sotto il Gazometro, e che adesso gli pare di avvertire qualcosa.
E allora “ragazzi”, andiamo, che vogliamo fare?
Madonna che è stato, l’hanno sentito bene entrambe: “andiamo, che vogliamo fare?”. Una richiesta esplicita, in un qualche dialetto remoto di dialogo interno, ognuno per sé, dove nascono i fantasmi. Così a lei la luce da un buffetto sul volto stanco, sugli occhi a palla. Grazie a un Android che riverbera fioco si ascolta la prima parola assoluta che muovono da un’ora, è lei che si immola alla funzione pronunciando un arricciamento di tono che fa: “Messaggino!”
Dio, no, e invece si, lui è pure contento di aver cominciato qualcosa, lei.
Si gode di un senso finalmente ineluttabile di eventi che montano. Dietro la macchina arriva sbuffando un camion della spazzatura, lampeggia nell’abitudine al buio come un sole che erutta malamente a giro. La faccia di lei è azzurrina Wazzup, poi diventa giallo mondezza, poi di nuovo azzurrina, friendly, ma tutto per frazioni di secondo appena.
Ora lui dice: “Ci dobbiamo muovere.”
E lei: “Aspetta un attimo, dai, che è la Betty e la devo rassicurare un po’.”
Lui del resto: “Cosa dobbiamo aspettare, non puoi tenerti la Betty appesa mentre manovro?”
Lei: “Nooo, maddai, ma che problemi hai?”
E lui, sempre più piatto: “C’è la nettezza urbana che ci lampeggia, penso che devono passare.”
Lui è certo che non ci sarebbe bisogno nemmeno di salire a casa, lei lo farebbe tranquillamente in macchina godendo sommariamente anche di più, in proporzione.
Dice lei, invece, dice lei all’Android: “Haii…hai risolto con laa…spazzatura?”
C’è un grosso tipo in tuta arancio e grigio fosforescente fuori che sbraccia contro il finestrino come un alienato. Pensa lei che ciò che vuol sapere la Betty non è che glie lo può raccontare adesso, vivaddio, ci deve riflettere, ci si pensa sopra a cose così, la realtà si costruisce a scalini, come il Lego con i bambini, diosanto.
E quindi vediamo, la verità non si può dire, nemmeno una mezza tacca di ispirazione, non conviene affatto, bisogna controllarne due di livelli poi, è molto meglio inventarla di sana pianta: Dunque cara, quel che è successo stanotte è che lui s’è accostato vicino a una macchia di cespugli, sotto casa, faceva tutto il carino nel solito modo, e sai una cosa..a me l’idea di tutti quei minuetti dei complimenti e del farsi aprire le porte e salire a casa, scusarsi, fare due secondi d’ordine, prendere da bere, mettere la musica, accendere l’Inverter poi girarsi coi bicchieri in mano, vedere lui spallato che non guarda altro che un punto, fosse la gioia poi, no, invece è un punto d’indecisione estrema perchè si gioca a casa mia e lui non vuole fare la figura del cafone, così non sa se deve bere tranquillo e iniziare con i complimenti slavati oppure far versare le grappe per terra e saltarmi addosso perchè crede che a me piaccia così, drasticamente.
Intanto fuori dalla macchina l’operaio agitato ha mollato due pugni niente male sul finestrino, e lui sta pensando se si può permettere adesso di spostarsi con la macchina o se sia troppo tardi. Nello specifico, se lei si riterrebbe offesa dal suo poco maschio tralasciare questa roba che, scusate, è un po’ una provocazione, magari è meglio che scenda e l’affronti.
Scusa cara, sta pensando lei, una seccatura, rieccomi da te. Dunque ti stavo dicendo che alla fine mi son fatta due conti e mi son detta ma senti, ma perchè no, poi! Se ne sentono certe in giro..così gli ho fatto capire sdraiando il sedile, lui ha sorriso e mi si è avventato addosso, una furia, credimi, sca-te-na-too! Eh si, certo, ti pare che non vuoi sapere i dettagli tu, proprio tu, e fattelo dire, dai: troiona che non sei altraa!
Lui ormai, fuori di sé e della macchina, sta facendo a pugni col netturbino agitato; volano bestemmie, minacce, cartoni, spruzzi di sangue, ma nel casotto delle luci lampeggianti sparate a giro non è che si capisca molto bene la storia, siate sinceri. Così lei si sposta al volante, s’aggiusta la gonna, chiude la portiera che adesso ha un freddo bestia vicino la gioia e sente una prima fitta di cistite, riaccende il condizionatore anche se è troppo tardi.
C’è una luna gigantesca tra i palazzi, ora. E mette in moto subito, senza pensarci, e se ne va.

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