Interrogarsi a Casa del Diavolo

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Due minuti scarsi è durata l’indignazione, poi dieci minuti di rabbia secca, ficcata dentro un tono di voce che gracchia le risposte plausibili, finchè non ho capito che questo atteggiamento costringe il Mossad a protrarre indefinitamente l’interrogatorio fitto che sto subendo da quaranta minuti all’aeroporto di Tel Aviv nel 1988, in piedi accanto a uno scrannetto da lectio magistralis, nel mezzo del gigantesco salone partenze dove ognuno testa bassa s’affretta incontro alla propria chiamata in scadenza.

Stiamo facendo tardi ma almeno ho capito perchè ci hanno chiesto di fare il check-in due ore prima del previsto. Il Ben Gurion di Tel Aviv è l’aerostazione più inquietante del mondo, il segno ti colpisce subito entrando in quest’etere falsamente soffuso dove sotto il rumore familiare delle voci, dei tacchi e delle valigie che scorrono s’avverte un silenzio di fondo unico, una specie di afonia celeste generata dalle migliaia di attenzioni maniacali che ti spiano, visibili, invisibili, criptate e del tutto indecifrabili.

Un gioco oppositivo che mi sono ritrovato a fare mentre una settimana fa percorrevo fiducioso la lunga procedura degli Arrivi è il pensiero di dare una spinta a qualcuno o mettermi a urlare per vedere l’effetto che fa, come possano tutt’intorno venirmi le giù grate dei condizionatori, le finte plafoniere, i plexiglass a scorrimento e vomitarsi fuori tutti quei corpi speciali addestrati come frecce per inchiodarti schiena al suolo.

Intanto ho paura anche di perdere l’aereo in partenza, è solo l’ultimo patema della cucciolata che ho allevato negli ultimi due giorni di follia ambientale; a Gerusalemme ho sentito fischiare nettamente la traiettoria di pallottole poco sopra la mia testa e poi più nulla, una strana cecità sensoriale dentro una dinamica di pura adrenalina infusa che m’ha fatto schizzare su a un binario velocissimo fino al primo portone schiuso verso cui ci siamo buttati tutti. La mia compagna sembrava un cartone animato, tanto il senso di vortice che aveva nelle gambe e la furiosa risalita solitaria fino al piano attico dove s’è poi abbandonata al suolo sporco tra le strette convulsioni di una vero attacco di panico.

Una catena umana della pace intorno alla cinta muraria della città vecchia, era questo l’obiettivo strategico per cui siamo venuti qui con un manipolo di associazionismi europei del dialogo interculturale, e loro ci hanno pure vistato il passaporto, come in una specie di cavallo di Troia rovesciato. Adesso alle Partenze, a furia di domande ossessive ripetute, stanno solo dando l’ultima frustata di carne morale alle nostre sciagurate illusioni. Trenta feriti in un pomeriggio, la senatrice Dacia Valent che rischia di perder un occhio perchè colpita dalla frana monumentale della vetrata del proprio hotel lounge dietro cui s’era protetta. Un ciclopico idrante a pressione era passato col proprio dissenso ontologico e aveva chiuso i conti della “scaramuccia”.

Così mi piego, con uno scatto dell’esofago che posso quasi udire da quant’è secco e vergognoso ingoio la rabbia, l’indignazione, la sensazione di poter sbroccare in caso di perdita della partenza e ricomincio per la sesta o settima volta di fronte a un nuovo pedone del Mossad, una ragazza carina come una vicina di casa, solo con un viso ovale dove ogni emozione è cancellata al punto da far desiderare di avere un rapporto sessuale liberatorio con una bambola, anche un po’ sgonfia e bucata.

E allora: Si, ho fatto la valigia da solo e si, ero nella camera d’albergo, e ancora si, stamattina presto prima di uscire. Se ho incontrato qualcuno, se m’ha dato qualcosa in questa settimana, pacchetti, regalini, cibarie, no guardi, proprio un cazzo di niente. E’ sicuro? Sono sicuro. Capisce l’importanza dell’affare, vero? Certo, veda un po’ lei.

Errore – Anche un pelo di sarcasmo viene punito con la riproposizione del ciclo ossessivo – va via la ragazza alessitimica della porta accanto e arriva un armadio in gessato senza cravatta – si ricomincia da: dove ho tenuto gli zaini per una settimana.

Così succede, dopo un certo lasso di tempo che non scorre, che io sono sceso parallelo in una gattabuia di cattivi pensieri personali collegati a una brutta sensazione di reflusso acido dovuta al vinaccio che abbiamo trovato ieri notte per festeggiare la mezzanotte di San Silvestro più crepuscolare della scarsa mia vita. Comincio a capire le ragioni delle sindromi di Stoccolma e di tutte le colpe che vai a trovare all’istante se solo qualcuno nega ad incrementum l’empatia. E’ il problema degli interrogatori, finisci per sembrare una spia anche se le tue verità sono limpide.  

Il conto è presto fatto: ventiquattro anni, un frullato di fandonie teoriche, appena laureato in psicologia discutendo una tesi che nessuno ha nemmeno ascoltato, un futuro generico e indefinito come quello di un monoscopio televisivo, un ultimo certificato di panico sordo soffocato, latente, una brace che per quanto m’appelli alle allucinanti condizioni oggettive non smette di allarmarmi l’anima.

Mentre non riesco ad evitare un grammo d’ammirazione per l’agente armadio che mi sta reinchiodando a furia di ellissi logiche tra cui mi perdo, penso che ho bisogno di iniziare un’Analisi e che non potrò comunque mai essere abile con la comunicazione come il tronco umano che mi fronteggia, forse è meglio che lasci perdere, ma non so bene cosa e dove. Guardo la mia compagna tormentata dalle stesse domande alla mossad, come sposta il peso sulle anche due scrannetti più in là, riesco a invidiarle una centratura che mostra e so bene che non possiede, è solo il bilanciamento figurativo della sua sindrome d’ansia generalizzata ma la cosa mi urta.

Mi urta che siamo andati a convivere da tre mesi e io non ho ancora un lavoro, contribuisco rubando la spesa dal frigorifero dei miei, che vivo pressochè ancora di lavoretti e paghette familiari, che gli psicologi s’accasano a salario stabile non prima dei 35/40 anni, di media. Mi urta infine, da una distanza che ritengo scioccamente tollerabile, il fatto di essere venuto qui come pacifista senza avere un briciolo di Gandhi che mi ispiri, perchè spaccherei a colpi di karate la gelida spocchia del Mossad e finanzierei ogni Intifada sul territorio se ne avessi solo le erculee possibilità.

E m’accorgo pure che tutto questo isterico motivarsi non ha nulla di sinceramente sociale o politico e non è utile a nessuno, il mondo è così zeppo di guerre e conflitti ingestibili che è meglio io resti a bruciare nelle mie carceri egocentriche e private, sperando che il tapis roullant dell’età in avanzo mi spinga presto nella luce di altre stazioni coscienti che non so ancora immaginare.

 

4 risposte a “Interrogarsi a Casa del Diavolo

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