21dodici, Il gioco del mondo – ONLY CHILD (episode two)

Pochi sciocchi credono ancora al concetto di vuoto. Lo spazio cosmico è un’infinita tasca di sassolini occultati che viaggiano casualmente tra sistema e sistema, che intersecano continuamente le orbite dei corpi celesti, sfiorando le guance dei pianeti come minuscoli sibilanti insetti dell’apocalisse.

Così è dalla notte dei tempi. L’uomo cova ancora una paura atavica, cristallizzata dall’oggettiva impotenza connessa all’evento, che il cielo dei sogni possa cadergli sulla testa, annientandolo.

Il virus, viceversa, è un’occorrenza naturale che ha ripetutamente visitato la storia dell’umanità, la razza ha saputo reagire con dovizia di soluzioni scientifiche e procedurali al tentativo di sconvolgere l’ordine costituito che una morte sottile, invisibile, ha operato attraverso le periodiche pandemie.

Potrebbe essere interessante, piuttosto, investigare sugli effetti terrorizzanti che potrebbe scatenare l’irrompere di un ceppo virale moderno, capace di mutare a una velocità superiore di quella che l’uomo impiega per costruire un vaccino.

L’ultima arrivata tra le paniche delizie terrestri, la crisi economica, può essere letta come una nuova forma di sfacelo sottile, nerboruto e lento, adatto a esser governato collettivamente assai meglio di un disastro naturale. Il nemico è ai limiti del visibile, non ha un’identità precisa, qualsiasi buona attitudine retorica è in grado di confutare che un tale nemico esista realmente. Si può timonare con pochi gesti appena, nel chiuso di un’ombra. Il gioco s’indurisce e attrae.

In quest’orbita di pensieri vaga Geko, illuminato da innumerevoli scritte bianche che percorrono l’azzurro dello schermo perfettamente retroilluminato dai led.

Una particolareggiatissima descrizione dei ruoli del player e delle regole ambientali scorre come un lento fiume esplicativo ai margini del gioco. Lo scopo finale non appare ben chiaro né esplicitato, tuttavia è innegabile che tutto il meccanismo induca all’azione distruttiva, all’esercizio di una follia individuale su un dominio collettivo.

Scorrendo i menù olografici del ruolo finanziario Geko avverte un’impronta paterna, quest’ultimo ramo del game sembra costruito come un guanto sulla logica tipica, ordinata e stringente, sul panorama degli interessi specifici che animano la ricca e oscura vita intellettuale del professore.

Una sensazione precisa sorta all’altezza dello stomaco gli segnala un pericolo.

Geko prova per prima la via dell’infezione post-moderna, la crisi finanziaria globale lo attraeva più di tutto e voleva lasciarsela per ultima. Della fantascienza, del resto, detestava quel dipendere da pura invenzione, come se propagandasse qualcosa che riusciva sempre a sfuggire alla responsabilità comune. L’avrebbe sperimentato, certo, ma si sentiva più pronto a identificarsi con una sostanza infida e sfuggente, geneticamente mutevole, crudele come la gioventù.

I lunghi affumicati ambienti delle metropolitane, le polveri sottili sospese nell’aria, la vicinanza dei respiri della trance umana pendolare, è questo assetto d’esordio che Geko sceglie per inoculare il proprio virus.

Il gioco consente funzioni attive e complesse, sorrette da un sorprendente realismo grafico in tre dimensioni. Un raffinato visore olografico permette alla percezione di Geko di muoversi virtualmente con una certa libertà, attraverso gli ambienti e le location geografiche a disposizione del ruolo, come se tutto il corpo fosse presente in qualità di ologramma parzialmente attivo.

Così lui si ritrova in rapida successione funzionale a Tokio, Delhi, Mosca, Parigi, Cairo, San Paolo, New York, dove rompe metà delle fialette di virus in dotazione e si mette ad aspettare gli eventi insieme a milioni di altri pendolari nel mondo, perfettamente realistici nei loro vestiti del lunedì mattina, addossati gli uni sugli altri, sormontati dalle comuni espressioni inflaccidite che ci si aspetterebbe di trovare in una situazione del genere.

La meraviglia che Geko prova è talmente incomunicabile da distrarlo completamente, portandolo via dal flusso del tempo.

Non si rende conto di nulla se non che a un certo punto la fermata di Penn station mostra la propria scritta attraverso i finestrini.

Lui si rende conto di aver trascorso già almeno altre tre fermate attendendo un qualche genere di reazione dal sonnecchiante popolo di figure che lo ospita sul vagone. Scende insieme a una quota di presenti e si accorge dei led luminosi che sfarfallano sul limite della sua visuale destra.

La velocità di esecuzione del ruolo è al minimo, un suo semplice gesto la impenna al valore massimo.

Mentre con tre salti giroscopici esce sul marciapiede trafficato di Penn station, vede una donna giovane che lo precede fermare un taxi, aprire la portiera e crollare a terra semi-svenuta, con un rivoletto color carminio che le sgorga dal naso e si fa largo sciogliendo il trucco sul candore malato della pelle.

Geko sta per temere un malore per quanto avverte le vene pulsare sui registri armonici dell’eccitazione.

Alza lo sguardo e trova china su di sé una credibilissima Manhattan, seminata verosimilmente a diversi livelli di prospettiva e altezze e nervoso affaccendarsi umano. Gli viene voglia di fare un giro dietro le quinte del quotidiano, di realizzare la più banale delle fantasie che un tredicenne possa covare.

Cambia allora funzione, città, dimensioni, ambienti.

Senza sapere nemmeno bene come gli riesca, vaga per locali affollati e corridoi scolastici sconosciuti, si spinge nell’impensabile, vola sulle gradinate degli stadi, compare nelle sale operatorie di un ospedale, entra indisturbato nelle toilette delle signore, assiste a denudamenti di fianchi ed esposizioni di natiche e minzioni e complicate procedure mestruali, imprecazioni, sospiri, pianti segreti, baci strappati, qualche vomito disperato e la confessione telefonica di una dottoressa formosa che ammetteva a qualcuno l’impotenza del proprio reparto rispetto alla crudeltà del virus e al livello di contagio che la situazione sanitaria aveva raggiunto.

Su questo ostico panorama di femminilità svelate Geko si masturba a lungo. Nella trance dell’esperienza tenta di afferrare la dottoressa, ottenendo solo uno sbilanciamento in avanti del corpo che sta per farlo cadere sul pavimento grezzo delle cantine.

E’ chiaro che non si può procedere così.

Adesso che la coscienza s’è liberata dell’estro del momento, non rimane che andare a cercare lo scopo vero del game, e come tutto questo possa servire a quella parte di sé sconosciuta che il gioco sta liberando.

Il motivo della pandemia si riduceva all’osservazione partecipe di una collezione di disastri personali che stancava presto. La battaglia contro l’umanità doveva fronteggiare lo schieramento munito delle procedure e delle risorse sanitarie di un globo. Se apocalisse doveva essere, quel quadro richiedeva la spesa di intelligenza, di contromosse e nuovi agguati e un bel po’ di tempo che lui non sentiva di avere.

Geko sfiora due volte il led della funzione Esc e si ritrova dentro la schermata di scelta del ruolo.

Il meteorite non l’affascinava, poteva essere un modo come un altro per prendere tempo, per restare nell’emozione infantile di comandare la consolle oscura di un mondo senza dover affrontare le insidie paterne nascoste nello sviluppo del terzo ruolo.

Geko esclude il visore olografico e torna con tutte le percezioni, vacillando un po’, nella penombra della cantina.

In sottofondo, il suono della pioggia battente gli sembra un applauso.

Pensa di mettersi al telefono, di uscire, di bagnarsi semplicemente con l’acqua che cade dall’alto. Ma non trova nessuna emozione particolare che lo invogli.

Allora si rimette sotto l’azzurro del visore, convinto finalmente che il terzo ruolo sia l’unico che valga la pena giocare fino in fondo.

Così l’infanzia ci saluta, un giorno.

Ed è sempre un po’ più in anticipo nella linea collettiva del tempo.

(2 di 3) Continua-

4 risposte a “21dodici, Il gioco del mondo – ONLY CHILD (episode two)

  1. probabilmente, più che i virus, gli asteroidi e i raggi gamma,o la crisi, il massimo effetto funzionale in termini surrealtà terrificante lo possono evocare i *brigghedòvigi*. comunque proseguo, per toccare con mano le nubi che già ora si profilano minacciose all’orizzonte: temo che in breve tempo, il cielo azzurro del visore sarà poco più d’un ricordo…

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