Tra le tue ginocchia di velluto (landscape eight)

00000-1706Sto piantata all’uscita di una curva come l’indicazione scritta a mano di una qualche festa privata del circondario.

Ho questa faccia da ragazzina un po’ svagata, una specie di frangetta selvatica che mi sporge a furia di non curarla, un sorriso di sbieco che ti strappa gli occhi mentre procedi con la marcia bassa per le vie sconnesse che portano al mare.

Tu sei a caccia di Mami africane, lo si indovina da come procedi svagato, da come il tuo gippone scarta ogni tanto per cogliere da vicino tutta quella esposizione di culi balcone che si sporgono fin dentro la carreggiata.

Lo sai che non è zona mia questa, non t’aspetti di vedermi, in effetti nessuna piazza o piazzola m’appartiene, io non sono una professionista, è solo che il mondo mi tiene alla larga, o forse sono io che mi sforzo di tenerlo lontano, chi vuoi che se ne freghi, ma questo ha a che fare col modo speciale con cui riesco a colpirti, la sensazione di una lontana malinconia, come di cose buone trascorse, rovinate dall’attrito del tempo.

Mi presento.

Sono la tua dolcissima fitta inguinale, quella che ti chiede la resa immediata, che ti fa venir voglia di svuotarti tutto, subito.

Di solito mi do l’aria di una di passaggio, evito di stare ferma, cerco di camminare concentrata e svelta sul ciglio dell’asfalto, come se dovessi correre a finire i compiti da qualche amichetta che ha casa in mezzo al bosco.

E tu abbocchi, ogni tanto, mica tanto, non quanto vorrei, non quanto servirebbe ad alimentare la mia vita, ma questo mi protegge dalle liti con le africane che hanno mani enormi. Perché non sembro delle loro, appunto, sono talmente diafana e sottile e priva di curve che anche a starci non rovinerei troppo i loro affari di chiappe monumentali.
Perché sei sempre il solito che si ferma, la solita faccia, l’unico che trova il coraggio, il solito sguardo, maschio di generazione che ha fiducia nella chiesa, nell’istituzione, nella controinformazione, nella carta di credito, nel club sportivo, nella potenza sacrificale assoluta del cazzo, soprattutto.

Penso che ti faccia persino un po’ schifo in definitiva, perché i tuoi buoni principi non t’abbandonano mai veramente, e poi mica vieni a incularti per forza l’unica negra che te lo fa drizzare, mica sei di quella razza d’Edipo tremebondo che si affloscia in presenza di una cosa pelosa bianca del proprio livello.

Sei tu che stai scegliendo per quale baraccone di carne deragliare, dieci minuti o giù di lì, tu sei un padre di successo, hai una famiglia che governi sicuro e un paio di figlie, due ragazzine della mia età di cui coltivi segretamente la sciocchezza, il doppio legame che le annulla, bambinette nei cui segreti poterti intrufolare a piacimento godendo solo del guardare, nel rispetto pieno di ogni legge conosciuta.

Avviene che sei molto carino con me, che fai una faccia preoccupata, un gesto di lato a raccogliermi mentre fai scattare la portiera e mi inviti a salire.

Ovvio che tu non chieda mai il prezzo, chissà le cifre che saresti disposto a investire, ma è comunque un nulla quello che io pretendo, questo ci avvicina molto.

Qualche volta ci fermiamo a un bar sotto i pini, qualche volta mi accompagni al bancone spingendomi dolcemente la schiena con un braccio come faresti con la tua piccola che muore dalla voglia di bere un’aranciata. Già, proprio un’aranciata mi offri, con tutto quello che c’è da bere, che banale fantasia del cazzo, eppure è così che ti voglio, serio, rassicurante, con la cravatta buona e il profumo appena ridato e quella faccia precisa da mostro ben occultato che sparge sorrisi rassicuranti alla sala, perché la sala sta tutta girata verso di noi, questo è quello che succede, al gancio di quella ambiguità sottile che non riusciremmo in nessun modo a levarci di torno, anche volendolo.

E devo essere io alla fine a prenderti per mano e indicarti un buco nella boscaglia dove passano sicure le ruote dentate del tuo gippone, che l’incertezza ti prende allora, se vogliamo dire la verità, quando il momento s’avvicina e tu cominci ad anticipare che effetto farà la mia pelle di falsa vergine tra le tue mani luride che stringono la morsa. Allora ridiventi il bambino che non t’hanno mai concesso di restare, roba di un qualche giardiniere paterno che ti ha tirato su in fretta per metterti nel culo sicuro della propria professione.

Hai dimenticato lo schifo che fa, dimmi il vero, perché questo, ancora, ci avvicina molto.
Devo fare tutto io, tutto.

Devo abbattere i sedili e sorriderti velenosa, devo guardarti come un uccellino malato che si aspetta conforto dalla tua ala dura, devo scioglierti le cinte e le cerniere, devo mettermi a quattro zampe inarcando la schiena in quel certo modo da rivista di troia e tirarmi giù le mutandine di pizzo blu che potresti avermi regalato tu per mano della mamma nell’ultimo natale, e sospirare, muovere i fianchi un po’ a casaccio, regalarti un grido di benvenuto quando entri, babbino mostruoso che ora mi storce la testa perché vuole baciare, vuole anche la lingua umida, e se dovesse scegliere vorrebbe solo quella.

Ci pensi a come siamo orribili in questo preciso momento, tu che hai perso le sfumature rigide, l’aria rassicurante, il contatto col tuo mondo che, a guardarlo da qui, non parrebbe altro che una boccia di vetro ricordo posata su uno scaffale, una boccia in cui s’è messo a nevicare per il semplice urto distratto di una governante. E me, con tutto il collo sforzato in una posizione innaturale, assurda, a cercare di contenere un ritmo che ha poco d’umano, il tuo lamento basso che sembra una preghiera, tutto quello che concorre a farti sembrare la replica di un grande serpente in via d’estinzione che si accoppia nell’unica volta buona che natura gli concede.

Quello che sento io non è che abbia molta importanza, se non che come un oscuro veicolo mi ridà la vita capovolta di cui ho bisogno per andare avanti, se non che nel mio agitarmi di corpuscolo esposto al nome della bestia spero che tu faccia presto, sempre più presto.

Allora ti chiamo babbino, o una stronzata del genere, perché voglio accelerare il tempo, essere padrona assoluta di un ordine profondo. E poi soprattutto vorrei godermi ciò che viene dopo, la parte migliore, i gesti vaghi con cui ti ricomponi, il fiato che ti sbuffa tra le labbra e il naso, lo sguardo preoccupato che dai alla cravatta buona che hai dimenticato di sfilare, l’ombra pesante che ti si siede sulla fronte, la generosità imbarazzata e riconoscente con cui estrai il massimo delle banconote dal tuo portafoglio di astuto coccodrillo.

Adesso mi guardi come il fantasma di uno scampato a chissà quale catastrofe, e io ti racconto dentro di me e senza un suono e senza che tu possa sentire nulla tutta la riconoscenza buia che mi cresce in corpo.

Adesso, qui, che è poco passato natale e tu m’hai schiacciato le noci a tavola con tutto l’amore che possiedi che è tanto e troppo e lo sappiamo, persino un po’ stucchevole e malato. Babbino, sotto l’albero tra le tue ginocchia di velluto con quella lancia che mi preme la schiena, io ti racconto in un filo di voce che non cogli tutti progetti che ho, le ansie che mi scavano, i finali che sogno e quelli che m’impauriscono, i domani opposti che vado cercando.

Se penso a me, qualche volta, mi raffiguro come il romanzo maledicente di una bambina che è annoiata dei propri giorni, che va a cercare le sue strade storte nelle pinete, sui sedili abbattuti tra cui passa il rumore lontano di onde che sbattono, portandosi dietro tutto il coraggio impensabile che occorre.

A chi posso farlo intendere se non a te, babbino, questo ci avvicina molto, vorrei che tu lo capissi, tu che guidi gettando lo sguardo distratto nella boscaglia di sabato, sulla strada del mare, adesso che è inverno, adesso che sto per spezzarmi del tutto.

Adesso mi arrendo, con tutto quello che non dico e tutto quello che riesci a fraintendere. Il gippone sobbalza sulle radici contorte dei pini, e non m’importa del gesto sbrigativo con cui mi fai scendere, mi basta sapere che t’ho stretto forte, forte, molto più di quanto credevi fossi capace. Fino a farti un po’ paura. 

35 risposte a “Tra le tue ginocchia di velluto (landscape eight)

    • Il Suvvista è l’anello di congiunzione tra il narcisismo maschile e l’amore spropositato della madre mediterranea che ne coltiva l’ambiguità incresciuta. Anche per questo, molte storie simili cominciano e finiscono nel segreto silenzioso delle pareti domestiche.

  1. bello e coinvolgente, sembra scritto da una donna… però vorrei dire una cosa, che non piacerà, ma a proposito di clichè io trovo che debba essere superato anche quello per cui la donna è sempre per forza vittima e l’uomo sempre per forza carnefice, spesso i ruoli in realtà sono confusi, però capisco che sia più facile assegnare al maschio la parte del mostro, anche fisicamente sembra fatto apposta per rappresentarlo, ci sono bisogni e umanità diverse in un rapporto come quello raccontato sopra, e mi piacerebbe ad esempio leggere la stessa sequenza con un io narrante maschile, magari da parte dello stesso autore tanto capace di calarsi in certe profondità ( ma ancora più interessante sarebbe se lo facesse una donna), non perché da uomo io debba fare il tifo per qualcuno, ma perché trovo sempre giusto, una volta individuato un clichè cercare di contraddirlo, solo per ridare il giusto equilibrio a quello che significa essere umani… lo so questo concetto non piacerà, e io apposta lo scrivo

    • bella massimo, un po’ di dibattito non ha mai ammazzato nessuno, anzi. Quand’ero giovane e timido e le donne mi sembravano lontane, quasi crudeli nel loro costringermi a imbiancare le pareti il più delle volte, anch’io la pensavo un po’ come te. Poi ho visto tante altre cose uscendo dalla mia nicchia, ho capito che molto spesso è più difficile crescere per una donna, cultura e società, specie sul mediterraneo (in nord europa è diverso, già), sono plasmate sull’impronta maschile. L’uomo detiene il 90% dei poteri, basta girare qualsiasi ufficio d’italia e si verifica facilmente. C’è poi un aspetto estremamente critico, chi detiene il potere, se non è molto maturo, e il maschio italiano non lo è, tende a sfruttare questa leva per realizzare quello che è il sogno abbastanza manifesto di parecchi uomini qui: trombare senza frontiere,.Non voglio fare un seminario, il racconto tenta di spingersi ancora più a fondo, alludendo a un brodo di coltura emotivo che si sviluppa intorno ai temi dell’Edipo irrisolto di molti, uomini e donne e madri, tutti coinvolti. Non sarà un caso che la maggior parte delle violenze sessuali avvengono tra nel silenzio omertoso delle mura domestiche. Detto questo si, sarebbe interessante narrare il tuo punto di vista. Fallo tu, scrivi una pagina di diario o un racconto, oppure dammi qualche coordinata maggiore e provo a buttare giù io.

      • No il dibattito nooooo!…però cercherò di dire meglio.
        se anche è vero quello che tu dici, ed è vero, non toglie niente a quello che dico io, io mi riferivo al fatto che in quella situazione non può essere soltanto che ci sia una buona e un cattivo, ambedue hanno scelto di essere lì, e allo stesso tempo possiamo anche dire che non l’hanno scelto, ma li vedo sullo stesso piano, la prostituta ha fatto una scelta, e io non ho niente da dire, ma è una scelta che tante altre donne in difficoltà non hanno fatto (almeno ufficialmente) e dal momento che fai la scelta di essere vittima di devi rendere conto che la scelta comporta anche lo sfruttamento degli uomini, cioè di un’altra parte debole, e nonostante il mondo sia al maschile come dici, io però voglio rivendicare la debolezza dell’uomo che ha una sua parte di umanità anche quando non sembra (a me piace vedere le cose dove non sembra), cioè che colpa ne ho io se il mondo mi ha favorito in quanto uomo?
        anche il politico trombante si prende quello che gli serve ma ci sarà pure una controparte che si prende a sua volta quello che gli serve, non mi interessa che lui ha il potere, se no vuol dire che tutte le donne dovrebbero dire di sì ai potenti
        non sono de andrè e non ho la sua chitarra per dire meglio queste cose e purtroppo quando uno dice questo sembra che vuol fare il maschio e stare da una parte, ma guarda io vorrei tanto essere una donna per poter contestare le quote rosa!
        il discorso è lungo e credo tu volessi parlare più che altro di edipo, e peraltro la critica non era tanto al tuo racconto che mi sembrava in questo senso nella sua durezza garbata anche abbastanza equilibrato,
        non scriverò una cosa sul mio punto di vista, credo, però davvero sarebbe più interessante che lo scrivesse una donna, anche se non la pensa così, tanto si sa che uno scrittore deve immedesimarsi no?

        (mi hai dato del giovane e faccio finta di non offendermi, perchè mi sa che non siamo tanto lontani di età )

    • ahahah…Moretti ci avrebbe ammazzato a tutti e due..
      ma non t’ho dato del giovane, ho detto: quando io ero giovane.
      e poi si, hai ragione, ci sono tanti aspetti, ma non credo comunque che una ragazzina di 14 anni o una nigeriana arrivata col barcone siano tanto in grado di “avere qualcosa in cambio” dall’esperienza.

  2. letto d’un fiato (tu c’hai la scrittura che incolla allo schermo ma ormai non te dico più).
    quanto al “mostro”, rischio di essere impopolare se dico che mi fa compassione? non lo dico con disprezzo (sebbene sia spregevole il suo comportamento), lo dico perché essere cresciuti a pane e sensi di colpa ci rende adulti infelici e dannosi. ma il discorso è lungo..
    i mostri sono sempre figli di mostri, in realtà.

    • ma certo, chi legge tende a parteggiare per la girl, ma nella sostanza nuda di ciò che si rappresenta, soccombono tutti, circondario sociale e culturale pure, che girano intorno.
      Adesso dico io un’eresia secca, un mondo che fa fare i concorsi per Miss alle bambine seminude, non mi può cadere dalle nuvole così quando il mostro pedofilo finisce sui giornali, evidentemente c’è uno o più fili conduttori.

      • sono d’accordo con te. la colpa (purtroppo) è spesso delle madri, sia quelle che portano le figlie ai concorsi di bellezza, sia quelle che non sanno distaccarsi dai propri figli impedendo loro di crescere. le donne che non hanno una vita propria e che si realizzano soltanto in quanto “madri e mogli” creeranno una generazione di infelici. come si può gravare una creatura appena messa al mondo della responsabilità della felicità della madre?
        c’è una cultura che è tutta da rifare. e bisognerebbe aver passato un esame di maturità individuale, prima di mettere al mondo dei figli.

  3. la narrazione in seconda persona singolare “tu tu tu” suona sempre ed inevitabilmente falsa (nella realtà davvero succede che qualcuno ti racconti per chilometri e chilometri cosa fai tu? mah…). occupato (tu tu tu) da tali pensieri mi perdo un po’ di gusto nel raffigurarmi il tutto. eniuei, come al solito la narrazione è avvolgente, seppure, come al solito, l’interazione tra i protagonisti paia quella d’un film muto d’anni trenta. almeno un po’ di musica di sottofondo!
    : )))
    per il resto, col senno di poi, il legame genetico tra i due è intuibile fin dall’inizio: *svagati* entrambi, evidentemente per ereditaria somiglianza di carattere, nel giro di poche righe (“faccia da ragazzina un po’ svagata” e “lo si indovina da come procedi svagato”).

    • doc son cresciuto anche grazie a te, un paio d’anni fa non mi sarei permesso di dirti che ognuno ha la sua idiosincrasia personale, e la tu-tua non la capisco proprio 😀

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