L’Orologio Americano

op142557762-51370133-69da-4cf2-82f0-6a09806add56Era marzo del 1991, stavo passeggiando un po’ mesto sotto questo edificio-orologio che pareva abbandonato, lungo Brooklyn Heights. Avevo appena percorso mezza Manhattan e per ultimo il ponte rigorosamente a piedi, con il collo leggermente dolente nello sforzo continuo di inquadrare le ardite verticali prospettiche, l’occhio perduto dentro l’obiettivo lampeggiante della mia vecchia Pentax P30.

IMG_0009Il sogno che mi aveva condotto negli Stati Uniti mi era esploso in mano quasi subito, a ben vedere, eppure c’era una bellezza nel fatto che non provassi alcun danno collaterale. La Grande Mela si stava prendendo cura di me, della mia solitudine esportata, faceva in modo che io non dormissi più di due ore a notte, mi iniettava nel sangue il ritmo vertiginoso della città, gli idiomi e gli odori di cucina di ogni mondo, la maggiore quantità di prospettive che io riuscissi a immaginare, le camminate jet da newyorkese convinto, una razza riconosciuta aliena e unica dal resto degli americani stessi.

Avevo provato a prendere la metropolitana, un giorno, ma ero risalito in superficie sconfitto dopo aver passato dieci minuti buoni, mascella pendula, di fronte a un complicatissimo cartellone delle linee urbane ed extra senza capirci quasi nulla. Avevo così deciso di spezzarmi le gambe camminando, ovunque ci fosse da andare, procedere passo per passo placandomi nella stanchezza fisica, e fermare ogni tanto un indigeno bianco, farmi illustrare la strada, godermi un minuto di quella che mi sembrava la vera, unica esperienza che racchiudeva il segreto del Newyorkismo: una gentilezza un po’ formale ma attenta, un umore privo di sorriso ma partecipe, orgoglioso, un pragmatismo concettuale che spiegava ogni snodo stradale come fosse il centro di tutto.

IMG_0007Era poco più di vent’anni fa, un battito di ciglia, impossibile accorgersi che un’epoca stava voltando pagina, che si riscrive oggi quello che competeva a uno ieri infinitamente distante. Certe volte i giganti della storia si nascondono dietro potenti fili d’erba.

Ricordo che guardai l’edificio dell’orologio in una zona di magazzini abbandonati, quasi sotto il versante di Brooklyn del ponte, e pensai a come potesse essere incredibile abitare quel loft che si intuiva dietro le grandi vetrate dei quadranti. Forse vivere dietro il corso delle lancette, al centro dell’ingranaggio illusorio, garantisce una qualche forma di eternità, forse il mondo, guardandoti dal centro di Manhattan mentre fai colazione e cena, mentre ti vesti ti svesti sogni e fai l’amore, forse tutto placherebbe un po’ quella stretta carnivora che consuma ogni cosa, malgrado tutta l’attenzione che ci si mette a vivere.

Andai avanti fino alla passeggiata con le panchine e i cannocchiali, un piccolo parco che, sulla riva opposta dell’Hudson, fronteggia il cuore della Manhattan che conta, il cielo era sereno e il tramonto si annunciava opulento, con una leggera incandescenza di luce a salire nei margini. Avevo la Pentax che mi alitava pesante addosso, mi sembrava di dover assistere, di lì a breve, alla rappresentazione unica del centro del viaggio. Era solo un’ansia da fotografo della domenica, in effetti, tutto ciò che di sveglio possedevo in quell’istante era la preoccupazione di regolare bene diaframma ed esposizione.

Mentre ragionavo su quanto dovessi ancora aspettare l’orgasmo di luce che cercavo, un nero alto e massiccio che passava di lì, vestito nell’inappuntabile divisa dei broker, tagliò verso di me e mi apostrofò con decisione.

Mi misi in attesa, di capire bene cosa volesse, così lo osservai mentre infilava mezzo dollaro in uno dei cannocchiali che puntavano Manhattan, seguii come un automa i gesti con cui mi invitava a cogliere gli straordinari particolari delle prospettive e delle altezze come apparivano dal fuoco di uno zoom. Ascoltai affascinato il suo commento slabbrato che ne faceva, pieno di esagerazioni fonetiche, mi presi un po’ di quell’entusiasmo facile e orgoglioso di apparire anch’io, in quel momento, come un piccolo vertice della modernità che mi si squadernava di fronte e nella prossimità fisica drastica e festante del broker nero.

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Lui se ne andò improvviso com’era capitato, senza nemmeno salutare. Scattai la mia dozzina di foto in un punto di luce che mi sembrò oltre quello che avrei desiderato, il broker mi aveva leggermente ipnotizzato e l’effetto tardava ad abbandonarmi. Pensai al capitano Kirk di Star Trek, la mia serie preferita di sempre. Mentre la sera calava veloce e un’altra ansia di sicurezza personale sorgeva con l’oscurità, mi attardai ancora un po’ in quella fissità sognante che mi sembrava scaturire dalla “Cosa” americana.

Sapevo di non dover fare molti passi per raggiungere la luce della rampa del corridoio pedonale del ponte di Brooklyn, da lì un unico percorso di chilometri a risalire le Avenues garantiva sicurezza, Manhattan è esattamente quel quarto di metropoli schizo-sociale dove puoi girare a ogni ora della notte senza temere nulla, salvo che non svolti per caso in qualche torbida Street dove l’oscurità del mondo si manifesta istantaneamente, nel giro di poche decine di metri.

Mi ripresi e comincia a tornare, convinto che non valesse la pena in quel momento compensare il mito americano col ricordo scolastico delle sue atroci malefatte geosociali, troppo vicino alla fucina dinamica di tutto, del fascino e dell’orrore, mi trovavo. Nel folto di quegli sfavillanti monumenti al mito dell’uomo si decideva ogni istante il destino comune della razza, eserciti di broker e financial advisors, all’oscuro permanente del giorno e della notte, suonavano il Ragtime del futuro, la Jungle del post-moderno.

IMG_0002Downtown Manhattan scorreva sulla mia prospettiva sinistra mentre un etere di boati da telefilm saliva dalle corsie stradali del ponte che correvano sotto la pista pedonale, motori, fruscii dinamici, sirene, schiocchi metallici, stavo costeggiando il centro dell’universo e le gambe mi tremavano leggermente. Il ponte ha una struttura elastica e a passeggiarci sopra si avverte distintamente ogni fremito della struttura.

Il giorno prima, la fila che avevo trovato per prendere gli ascensori express diretti alla terrazza delle Torri m’aveva sbalordito, m’ero messo in fila ugualmente e dopo cinque minuti ero andato via, in ossequio a una piccola regola che mi do in viaggio: qualora sorga un fastidio, si valuta ed eventualmente si tronca sul nascere, anche a rischio di saltare qualche meta fondamentale. Non scalai le Torri, nel 1991, sicuro che sarei tornato, prima o poi, e avrei ricominciato Manhattan proprio da lassù.

Così è andato il mondo, sono tornato oggi e ho trovato un pianeta differente, privo di quella coppia di gigantesche corna che attribuivano a uno stato nazionale specifico la colpa di voler mondializzare l’occidente a colpi di cannone.

Oggi il nemico è infinitamente più grande, diffuso e occultato, le dinamiche globali e inumane sono ampiamente al lavoro ma è sparito il luogo fisico che le incarna, una differenza grande come un abisso. Sulla deriva delle nefaste deregulation reaganiane e clintoniane, la turbo-finanza ha acquisito il diritto di concentrarsi in poche sapienti mani che volano oltre ogni legge nel nuovo dominio del ricatto planetario.

Così il capitano Kirk a cavallo dell’Enterprise batteva le piste dell’universo negli anni Sessanta, diffondendo il credo americano pragmatico della buona democrazia, della libertà per tutti, fin dentro astruse nubi di gas pensante. Potevi essere il più incallito dei comunisti, il più perverso dei nichilisti, ma dovevi comunque riconoscere, oltre le ambigue intenzioni, che quello era un modello consapevole di società, un modello che ci è venuto in soccorso negli anni Quaranta e ci ha resi rapidamente ricchi, un modello che ha culturalmente generato il suo opposto trasgressivo e ha rifondato il costume sociale, vent’anni più tardi.

IMG_0001A Battery Park, sulla punta dell’isola di Manhattan, vicino all’imbarco dei traghetti per la statua della Libertà, feci infine una di quelle cose del cuore privato di cui poi forse un giorno ti vergogneresti.

Dovevo a te quel viaggio, in fondo, e anche la chiarezza di non esserci capiti, quel mio solitario tornarmene a spremere sintesi nel conforto della Grande Mela. Così presi una nostra foto di anni addietro e la seppellii cerimoniosamente vicino a un grande albero, a trenta passi precisi dall’imbarco, tanto da avere una qualche minima garanzia di poterla ritrovare, il giorno che sarei ripassato di lì.

E’ notizia di pochi giorni fa che è stato abolito il traghetto che portava i turisti fin sopra l’isolotto di miss Liberty, i passeggeri son diminuiti e la crisi ha presentato il suo drastico conto. Forse, questione di tempo, anche l’imbarco verrà smontato, e l’albero della tumulazione avrà perso la sua coordinata elettiva.

 

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Sono tanti anni ormai che non ci penso più, laddove “ci” si legga come il logos di altri noi. Penso sempre con nostalgia al capitano Kirk, invece, e alle beffe degli orologi, soprattutto, a come potrà essere vivere e amare in quel magnifico loft ristrutturato, così ben riposti e gonfi ancora di prospettive, dietro le lancette del nuovo tempo globale.

17 risposte a “L’Orologio Americano

  1. Quando ho visto la prima foto che correda questo pezzo (gradevolmente malinconico, mi piace) mi sono mentalmente detta un “NOOOOO!!! MA DAI!”: pochi minuti prima avevo visto le foto di quello splendido loft su Repubblica e stavo giusto meditando se girare il link a mia sorella 😛

  2. Mi piace tanto. Soprattutto questo associare pezzi di vita alle città, anch’io ho questo vizio, anche se a New York non ho ancora messo piede (ma penso che dovrò farlo, prima o poi, e a questo punto, forse, meglio “prima”).

  3. Seppellire un ricordo per avere l’occasione di tornare a riprenderlo quando non fa più male ma anzi ti serve a stare meglio. Mentre osservi le lancette del tuo orologio per controllare il tempo passato. Dolcezza e malinconia.

  4. È talmente luminosa e cattiva, adatta alle chiarezze di non capirsi, new york. Ci ho mangiato così bene. Cose che non avrei più digerito. Il gesto di puntare luoghi per seppellire foto. Non come un clic da tastiera. Più facile, meno fertile.

  5. È talmente luminosa e cattiva, adatta alle chiarezze di non capirsi, new york. Ci ho mangiato così bene. Cose che non avrei più digerito. Il gesto di puntare luoghi per seppellire foto. Non come un clic da tastiera. Più facile, meno fertile.

  6. E’ un sogno New York. Forse anche realizzabile, quando le tasche (ora semivuote) me lo permetteranno. Mi piacerebbe da morire guardarla da sotto in su e viceversa, ma anche di lato, in diagonale, e girando vorticosamente su me stessa, abbandonandomi all’euforia ubriaca dei bambini quando vanno al luna park……

  7. “…tanto da avere una qualche minima garanzia di poterla ritrovare, il giorno che sarei ripassato di lì.”
    E incontro una parte di Alex.
    Io non ho un particolare ricordo di New York.
    Forse perchè stavo sfuggendo da qualcosa che mi prendeva ogni pensiero.
    L’ho rivista varie volte, ma…
    Devo tornarci!
    Bello scritto.
    Ciao, Alex
    Gelsy

      • appena Gelsy avrà più tempo, racconterà la sua “vitaccia”, collma di notevoli sorprese. dal suo cilindro notturno uscirà di “tutto”!
        ciao, Alex 🙂

  8. non è un caso ripassare di qui e leggere di te che somigli al protagonista del libro che ho recensito (a proposito, adesso sono sicuro più che mai che ti piacerebbe leggerlo). che bel racconto, il tuo occhio come una telecamera riprende l’insieme e poi stringe su dettagli. complimenti davvero.

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